Mancano pochi giorni a Natale, un periodo di riflessione, a essere sincero l'unica cosa di cui ho voglia è staccare dal lavoro. Così, pensando che né Cristina e né Francesco hanno mai provato l'emozione di un viaggio in treno, propongo di passare una mattinata a Napoli. All'uscita della stazione c'è Piazza Garibaldi. Per mia moglie è il panico e i bambini sono un poco smarriti, per me è il paradiso. In questa piazza l'aria è irrespirabile, c'è un traffico incredibile. Pullman, auto, taxi, motorini, ambulanze e pedoni, si muovono in un percorso a intreccio continuo. Il caos mi piace! Di fronte, a lato, un poco ovunque, venditori volanti di giubbotti, scarpe, televisori, telefonini, orologi, maglie, camicie nuove e usate e mille altre cose di pessima fattura. Non mancano: il chiosco della limonata, il venditore di pizza, il banchetto del contrabbando e quello del compra oro. Quest'anno i venditori non gridano la loro merce, sono come rassegnati ad avere clienti che guardano, toccano, voltano, rivoltano, ma non comprano. Pazienza. Ogni tanto compare il banchetto delle tre carte... e i personaggi che lo animano. Ci sta il tipo che ti propone l'ultimo telefonino alla moda a prezzo stracciato, neanche la plastica costa così poco, del resto è quella la cosa che ti ritrovi. Già, qui c'è veramente confusione tra truffatore e aspirante onesto ricettatore... due fetenti oppure due poveri cristi?! Il primo truffa per campare, il secondo... per sognare, quell'acquisto diversamente non potrebbe permetterselo ed è per questo che alla fine nessuno poi si lamenta. I bambini, intanto mi fanno spendere i primi soldi, qualche giocattolo, speravo si calmassero, invece adesso vorrebbero liberarlo dalla confezione. Sui marciapiedi, ci sono distese di oggetti curiosi di venditori senegalesi e cinesi. E' incredibile la cura con cui questi ragazzi stendono e poi ripiegano, a fine giornata, quei drappi di stoffa che rappresentano tutta la loro vetrina, il loro esercizio. In mezzo a tanta confusione i pensieri mi lasciano un poco in pace, e mi do al più sfrenato consumismo visivo. Il portiere del Cavour, intanto dice a un ragazzo tunisino : <te ne haje da ì! Hai capito ? > Mi giro e penso... poverino!... quando alle mie spalle un nero napoletano, sparando un sorriso di quelli a sfottere dice : < miettete, miettete... poi vengo pure io > ridono tutti, anche il portiere ride e io chiedo a mia moglie: < ma hai sentito> ? Mi risponde : <cosa ?...> ci rinuncio. Il marciapiede è saturo di gente di tutti i tipi, quando:
........ma che cos'è... un animale? No... non lo è, l'occhio vede ma il cervello non riesce a dare una risposta, insisto nel guardare meglio, siamo lì fermi, ci teniamo per mano quasi a proteggerci; sì ... è un essere umano! un cristiano! una vecchia! E ci ho messo venti interminabili secondi prima di venirne a capo. Cammina a piccoli passi, fermandosi ogni due, come uno di quei giocattolo a cui stanno finendo le pile e che poi trova la forza per trascinarsi più in là. E' piegata in avanti, ad angolo retto, forse una deformazione dovuta ad artrosi... non lo so. La sua faccia guarda assieme al busto... il marciapiede. Il suo sguardo cade nemmeno verticalmente, ma è obliquo, va verso le gambe che sono l'unica prova visibile di un corpo. E' qualcosa di deforme, alta circa un metro e venti centimetri. Cerco di guardarle il viso e davanti a me c'è un cespuglio di capelli mal tagliati, bianchi, grigi e sporchi, rovinati ; mi abbasso e scorgo i suoi occhi completamente spalancati, di colore azzurro come il mare, come questo cielo di Napoli, il contorno dell'occhio è al massimo della tensione e il rosso sanguigno di una congiuntiva, da solo testimonia, all'esterno, che in quel corpo ancora c'è la vita. Una maglia nera, sporca di ogni schifezza copre la parte piegata del corpo, mentre dalla vita vi provvede malamente quella che un tempo doveva essere stata una gonna che porta su di sé, dietro, uno strappo verticale tutto sfrangiato, sporco di escrementi secchi e di altro ancora e sotto c'è una specie di sottana di cotone, di quelle che solo gli anziani mettono ancora e che fa tanto tenerezza... grigia, lucida d'usura. Guardo le caviglie, e come posso chiamarle caviglie? non hanno più forma, sono un unico blocco con le corte gambe, massicce, uniformi, e poi croste, piccole ferite, alcune guarite da poco, altre riaperte. Ferite che certamente si è procurata grattandosi a sangue. I piedi sono infilati in due luridi scarponi, tutti sformati e senza lacci, il volto è orribile e mette, non so bene cosa, forse paura anche a me. L'espressione è di dolore, ma è anche di follia, eppure in tutto questo io provo tenerezza. Ha tanta peluria lungo il mento, una peluria ispida, riccia e grigia. Il naso è grande, ma proporzionato in mezzo a quel viso quadrato, schiacciato e con ecchimosi. Le sopracciglia sono folte con peli che arrivano fin dentro agli occhi che restano immobili sempre ed ancora immensi e spalancati. La gente si scosta, è questa la reazione più immediata ed istintiva. - Dio mio, perché accade questo? cosa posso fare? Farfuglio dentro, mi sento inerme, non ho soluzioni, non riesco a trovarne, guardo i miei bambini. Entro in stazione, vado al posto di polizia e il poliziotto si mostra infastidito, non lo dice ma lo pensa < ecco un'altro che viene a farci la morale, ma che ne sa questo di quello che ci passa davanti agli occhi, continuamente, qui, in questa stazione>. Lo guardo nel profondo degli occhi e con fermezza, allora lui si intimorisce, si mette in guardia, adesso accetta il colloquio, anzi adesso cerca lo sfogo : <La conosciamo> mi dice, <l'abbiamo fatta prelevare altre volte, ma poi lei si ribella, rifiuta il ricovero e ce la ritroviamo qui... queste sono le Leggi oggi, purtroppo... ha dda solo murì>. E' passato un anno, e forse è andata proprio così. Un anno col rimorso di non aver fatto nulla allora e la consapevolezza di non saper fare nulla oggi.

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