Quindicimila passi, li ho fatti tutti ieri mattina, su una terra sacra. Un luogo dove la terra è salata e mai asciutta. Ho fatto visita anche al marchese Cesaro e alla sua mamma, lo facevo già da bambino, da quando mi accorsi che erano cent'anni che nessuno portava loro un fiore. La loro casa va a pezzi, le mura si aprono e gli uccelli infilano nelle crepe semi di arbusti che non gemmano fiori. Certi destini non puoi cambiarli. I custodi anche da giovani hanno la stessa faccia dei vecchi, il nostro ha tolto la catena, ha spinto il cancello, poi si sa sono i vivi che fanno rumore. Le ruote, il loro stridere crescente, per le spinte ipocrite lungo i viali del silenzio, erano così volgari da sembrare i versi ripetuti di una cornacchia sguaiata nascosta in un cespuglio. Erano anni che non tornavo alla gabbia, dormivano tutti, in questo grande rione dei morti intitolato a un Santo. Ha un fosso qui mio padre, e nello stesso fosso è costretto a ospitare chi nemmeno lo ha amato. Per questo evito di venirci, preferisco raggiungerlo sul mare dove ancora fa il custode. Rispetto alle villette a schiera, il rione è un luogo che oscurerebbe le Vele di Scampia. Ci stanno anime tranquille e quelle meno, a volte giocano a tombola, come a Natale, e danno i numeri, litigano e fanno pace, alcune sono sole e altre coccolate. Sono venuto ad accompagnare un mio giovane parente, un po' come quando da piccolo ti accompagnano a scuola per la prima volta e tu non ci vuoi restare e lui deve. Quattro nuvole curiose si sono fatte un segno, come i complici durante una rapina, hanno lasciato un palo fuori e fatto scuro il cielo, ci hanno bagnati tutti ma solo per farci freddi. Chi ha sofferto di più è stata quella povera acqua che usciva da una pompa lasciata tra l'asfalto e la terra, è divenuta ghiaccio a fine aprile e nemmeno rifletteva il cielo. Un padre si teneva con le mani tutto il corpo, per non scoppiare. La disperazione accendeva il fuoco sui margini dell'amore. Il mio passo stanco mi pesava sulle spalle per quanto io le abbia larghe, ma un prete piccolo saltellava come un giovane merlo e con un cuore stupido, idiota più grande di lui. Non gli riusciva di tenere separato il fumo dalla sostanza, che pure c'era... il fumo guasta e si confonde con la nebbia che è altra cosa, ma che importa... il poco bene c'era e in fondo resta. Un bimbo mi ha preso per mano e ha voluto dividere con me il suo pane, ma un demone malvagio mi ha riconosciuto come suo nemico e mi si è messo intorno tutta la notte. L'ho sentito rovistare tra le mie cose, chissà cosa pensava che avessi, e ha trovato l'unica cosa preziosa che posseggo, un pezzettino di legno, un frammento di una antica croce, che al tocco si è bruciato assieme a lui. In quel posto ci ho trovato il coraggio degli assenti, colpa del demone, lui l'aveva rubato.
Michele Fernandez, i racconti di Constantine Eleh Cim
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scrittore michele fernandez - 29.09.60 - Caserta Italy

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