sabato 2 novembre 2019

L'ipocrisia dei cimiteri

All'inizio la morte la ignori, anche se ti ha portato via un padre, in realtà c'è così tanta vita in te da bambino che non c'è spazio per lei. Non ti tocca, è fuori dai tuoi pensieri e deve camuffarsi in altro per restarci e nemmeno per troppo tempo. La prima volta che sono stato in un cimitero non era per il mio funerale, mi ci portò mia nonna e non era nemmeno per il suo. Una passeggiata. A mia nonna piaceva passeggiare tra i giardini, i silenzi, e gli uccellini, in primavera. insomma quello c'era vicino casa sua, e lì mi portò. Io provavo le gambette che madre natura mi aveva dato, e appena la mia mano le sfuggiva, correvo innanzi a lei affascinato dai quei prati pieni di piccole croci tutte in fila, colorate da piccoli fiocchetti azzurri e rosa e orsacchiotti di ogni tipo. Nonna mi diceva: Michè non toccare! Ero alto meno di un cespuglio di bosso, e mi ero persuaso che quell'odore particolare, che a me non piaceva, era dei morti e non del mondo dei vivi. Pure in quel luogo ero gioioso, e questa cosa a mia nonna non andava giù, me ne faceva evidentemente una colpa, un difetto. E allora mentre attraversavo quel campo  di tristezza, ma anche di innocente armonia, volle che mi affacciassi da un lucernario di una costruzione che si sviluppava come una grotta enorme, verso il basso, nella terra. Avevo cinque anni e una vista da super eroe, vidi una montagna di ossa che quasi mi veniva addosso, alta una decina di metri, centinaia e centinaia di teschi, ossa di ogni misura, mandibole, casse toraciche, tibie, casse da morto, ossa delle braccia e quelle delle dita delle mani ancora integre e quelle dei piedi pure unite alle ossa più grandi fino all'osso sacro. Una grande ammucchiata, disordinata e tagliata in due da un raggio di luce surreale che divideva il bianco dal buio più scuro. Conobbi la morte così, senza la tenerezza dei visi, degli occhi, degli sguardi, senza la carne che protegge e lenisce. Non ebbi paura, ma ciò che mi colpì fu la quantità inimmaginabile di corpi, e quella condizione di abbandono, di mancato rispetto, quell'ammasso. Quel giorno io imparai a riconoscere non la morte, ma fin dove si spinge l'ipocrisia degli uomini. Del mio silenzio successivo fu fiera mia nonna, che mi raccontò che i morti man mano che perdevano i vivi, venivano strappati alla terra e a volte con le stesse bare gettati lì dentro, erano i morti di nessuno e poi quanto diventavano troppi li bruciavano, e si faceva spazio ai nuovi. Ma a questo, nonostante i miei cinque anni, c'ero già arrivato. Per diversi anni ancora ho continuato a correre tra quelle piccoli croci , forse erano mille e più. in quei prati enormi e silenziosi, leggevo i nomi almeno di quelli che avevano fatto in tempo ad averlo, erano tutti bambini.  Oggi per progetto di uomini che spero siano dannati per sempre... in luogo di quei prati si ergono cappelle, che hanno prodotto notevoli economie e inchieste della procura finite nel vuoto dei reati prescritti, a volte vendute nello stesso giorno a famiglie diverse. I cimiteri sono divenuti questo. Un abbraccio a quei bambini di cui non resta più nulla.

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