Ho dovuto fare i conti con la fragilità della mia memoria non emozionale, quella dei nomi, delle date, delle linee precise dei volti e dei dati, scappata via da me quando ero poco più che ventenne, a seguito di un malessere che ai tempi in cui improvvisamente si rivelò non poteva essere indagato se non in modo pericoloso e assai invasivo. Mi ripresi lentamente nel corpo, e la questione della memoria fragile non era poi a quel punto così importante. Certo per studiare e poi lavorare dovevo rileggere mille volte le basi, tanto lavoro in più, una sorta di cinquanta volte il primo bacio riferito a leggi, regole, procedure, il mio lavoro. La cosa non riguardava, sia pure lasciandolo un po' nell'indefinito, tutto ciò che aveva a che fare con le emozioni, e così divenne questo ultimo ambiente la memoria del mio cervello. Ho convissuto fino ad oggi con questo bug e poche volte mi sono trovato in difficoltà estreme. E' difficile spiegare agli altri certi blocchi, così fuori dall'ordinario e assolutamente impensabili rispetto alla mia resilienza a vivere una vita normale. Tra i lavori che mi sono capitati quello impostomi da un anziano pediatra. Era un uomo straordinario, la cui disponibilità era per me fondamentale, avevo poco più di trent'anni e una bambina. Mi disse: vieni a fare l'amministratore del mio condominio, e mi avrai ventiquattro ore su ventiquattro. Così divenni amministratore dell'unico condominio che io abbia mai amministrato. Risolsi beghe e attriti, fui bravo e coinvolgente, condivisi incarichi e nominai depositari di ogni documentazione i più critici condomini. Mi hanno voluto bene quanto io loro. Io ero giovane e loro già anzianotti, certo c'erano i figli, ma il mio rapporto era con i padri e con gli anni che passavano ogni tanto perdevo qualche condomino a cui mi ero affezionato... quando avvenne il cambio generazionale io avevo vent'anni in più e decisi di lasciare. Ebbene proprio ieri, non ricordo il motivo, ma con amici ormai ultra sessantenni come me è venuta fuori la storia del Gattopardo... dei nobili di Sicilia e dei Salina. Ho avuto una vita così strana e con incontri meravigliosi, fatti e circostanze che mi hanno attraversato e resa la mia un po' fantastica e addirittura interessante, ma di tutto questo non è che io me ne rendessi conto, solo dopo mi sono accorto che ogni incontro ha contribuito a forgiarmi e a rendermi migliore e a incidere nel mio tempio. Così ho detto a Sal che avevo conosciuto di quella famiglia nobile un'anziana donna, era nubile, e venne ad abitare da Napoli per una decina di anni in quel Condominio. Doveva essere stata una donna bellissima, amava mettere il trucco ma lasciava il suo viso assai chiaro, era colta, era vivace, gioiosa, era diversa. Con il tempo sempre più invecchiando e conoscendomi acquisì fiducia e rispetto per me, spesso ero io a ritirare presso di lei la quota condominiale. Gli arredi della sua casa erano antichi, mobili grandi e specchi incorniciati, ed enormi dipinti, un tavolo grande e mille oggetti particolari di cui lei conosceva una storia. Quegli arredi erano una somma di secoli, non certo uno solo, forse mancava solo quello in corso. Così contenta di mostrarsi con i capelli ben schiariti, gonfi e decorosi, le mani curate, i colori garbati ma anche forti, si prendeva assieme un caffè da lei preparato e ascoltavo le storie di qualcuno dei volti che coprivano le pareti troppo piccole della sua casa. Mi parlava della sua famiglia, dei coloni e delle sue origini siciliane, mi mostrò volti dei personaggi veri raccontati nel Gattopardo, della casata dello stesso scrittore, dei Salina e delle storie d'amore, dei tempi che erano cambiati così in fretta travolgendo ogni cosa... e anche di lei che serena curava le unghie delle sue dita che mostravano tutto il tempo. Ebbene io ieri con Sal non ricordavo più il volto di lei, sapevo che era finito nel buio che ben conosco, ma questa notte è accaduta una cosa strana. La mia casa ha più accessi, uno dalla strada, privato, e l'altro dalla corte comune. Ho sognato di uscire dalla corte e al buio proprio davanti alla porta privata ho intravisto due donne, una più giovane rimasta nel buio e avanti a questa una più anziana. Sembrava quasi che stessero uscendo dopo aver chiuso quella porta, ma questo non era possibile perché quella era la mia casa. Ho salutato con calore come se conoscessi la donna più anziana, ma lo sguardo di lei, la sua fronte alta e i capelli bianchi, il portamento la limpidezza ferma dei suoi occhi mi convincevano che non era così. Provavo con la mente a ricordare, ma niente da fare, sentivo anche il loro disagio, come se il mio saluto non fosse giustificato se non avessi trovato da qualche parte conferma in un ricordo. Non ci riuscivo, così innanzi a quel volto fermo illuminato da un raggio di luce così discreto e così improbabile... ho sorriso e ho detto: <Non ci conosciamo, è vero... forse mi sono confuso, ma ecco stasera ci siamo salutati, e quindi se dovessimo incontrarci di nuovo domani avremmo un motivo giustificante di un saluto cordiale>. Lei non ha mosso le labbra, nemmeno una smorfia, ma lo sguardo era sollevato e in qualche modo ancora più fiero, soddisfatto. Mi risveglio alle quattro ed ecco che so bene, adesso, a chi apparteneva quel viso, ogni piega di quei capelli, la pelle incipriata e i colori, gli occhi piccoli così brillanti, le rughe del tempo... era proprio lei. Non ricordo il nome, non ricordo il suo cognome, ma quell'universo del passato a cui apparteneva e il momento in cui aveva toccato il mio... sì. Straordinariamente sì. Riposa in pace principessa.


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