In età matura c'è una tendenza tenera a raccontare storie che iniziano con "quando ero bambino". Questa storia ha avuto inizio che frequentavo le elementari, era il periodo in cui non avevo ancora il coraggio di essere uno scugnizzo. Vivevo il mio tempo in un piccolo basso e attendevo mia madre che lavorava dodici ore al giorno, la vedevo al mattino quando era il tempo della prima corsa, quella della bacinella con l'acqua fredda e la colazione con l'orzo e il pane raffermo, quindi la seconda corsa verso l' Istituto e infine la sera quando il tempo era stanco e costringeva al sonno, ma non quelli come me. Io ci mettevo tempo e mi chiedevo come fosse possibile sprecare quelle bellissime notti solo per dormire. La solitudine era come la pelle, non ero in grado di capire che era eliminabile. Ero nato solo, e riempivo le mie giornate con le meraviglie della fantasia propria dei bambini, ma non ero diverso da un bambino cieco, o da uno zoppo, o da uno muto, insomma era la solitudine a caratterizzare la mia personcina. Non so chi glielo diede, ma una sera mia madre tornò a casa con un canarino, era malaticcio, aveva poco piume sul corpo e mostrava nudità visivamente disarmoniche. Ma si riprese, e quando svolazzava pazzerello mi metteva allegria, così lo chiamai pagliaccio. Divenne il mio amico più reale che avessi. Quando era bel tempo, lo tiravo fuori dalla prigione del basso e lo appendevo con la gabbietta a un chiodo sul muro perimetrale del cortile comune, e il sole in quel punto scendeva abbastanza per farlo felice. Riprese a cantare come un giovincello e il rapporto tra me e lui divenne assolutamente miracoloso. Era tutta la mia gioia, era sempre nei miei pensieri e aveva tanto tempo solo per me. Lo tiravo fuori dalla gabbietta e mi restava intorno o addosso e se invece era dentro il solo vedermi arrivare già da lontano lo riempiva di gioia e come un pagliaccio faceva moine di ogni tipo. Un giorno, finalmente riuscii a prendere un dieci a scuola. Prendere un dieci da noi era qualcosa di straordinario, come poteva essere la congiunzione di dieci pianeti. In Istituto i genitori non contavano nulla, e i maestri erano quelli con la riga di legno. Erano Istitutori ancor prima che maestri. Nemmeno ricordo il motivo, ma quel giorno portai a casa un bel dieci e non vedevo l'ora di festeggiarlo, e non so bene se con mia madre per prima, oppure con pagliaccio. Entrai dal portone con il mio grembiulino nero e la cartella a tracollo, corsi al muretto e Pagliaccio era giù steso, stecchito, senza più vita nel vuoto silenzioso dell'assenza. Fu pagliaccio il mio primo amore e anche il mio primo grande vissuto dolore. Il senso della morte, prima non era tra le mie conoscenze. Non avremmo giocato più assieme, e non avrei affondato più il mio cuore nella tenerezza di quel dono... appartenerci. Un canarino giallo, lo so era solo un canarino. Non lo seppellimmo, anche quella carezza era sconosciuta alla mia vita, finì nel secchio dell'immondizia, come tutte le cose rotte, quelle consumate, gettate via. Amavo gli animali, avevo paura dei cani perché quelli che venivano a trovarmi erano randagi e troppo grandi, e i gatti a quel tempo erano i padroni della strada. Da piccoli i gatti si lasciavano accarezzare e giocavano con te, ma appena cresciuti scappavano liberi per azzuffarsi, per fare l'amore e poi sopravvivere. Mi restava qualche topolino, e li ho avuti anche quelli come amici. Ma nessuno più come Pagliaccio. Con lui morì una parte di me, una parte troppo vulnerabile, che non avrei concesso più a nessuno allo stesso modo . A ogni motivazione di gioia premettevo una nota nel mio cuore, nella mia anima, la consapevolezza della possibilità di perderla. Ho dovuto imparare ad amare cento volte più di chiunque altro, affinché quella nota non mi togliesse la gioia della vita. Aladino, Jasmine e tanti altri prima di loro... amo gli animali, e so che loro lo avvertono, li amo come se io fossi un vento amorevole che dà e anche prende , tuttavia quella ferita aperta, quella freddezza non del cuore ma comportamentale, per non morire troppe volte, è rimasta. Ho imparato a togliere con dolore e coraggio le loro carcasse dalla strada, anche quando non erano miei, quando al mattino andando al lavoro percorrevo la strada dei grandi tir e a seppellirli con una preghiera, ho imparato a leggere nella loro mente e a navigare i loro pensieri. I cuccioli non sono diversi dai bambini si affidano completamente, anche quando sono ribelli invecchiando non sono per nulla diversi dagli uomini. Quanto è preziosa e fragile la vita in ogni creatura. Non ho imparato a fermare il dolore, ma a disciplinarlo, a prenderlo a schiaffi, visto che lui arriva senza aver cura di chiedere permesso, fa come la Luna, come il sole. In fondo il muscolo del cuore un po' si prepara a questa cosa con la morte non morte, tra un battito e l'altro che pure morte in fondo è, e se non lo fosse allora è certamente solitudine che ritorna.


Michele, mi sono immedesimata così profondamente e mi sono commossa. Non per niente sei ciò che sei, un poeta che ne sa di amore e amare. Grazie di esserci. ❤️
RispondiEliminaGrazie a te.
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