Cerco con la mano la sveglia ma non la trovo, il trillo cambia di tono, mi innervosisce, finalmente riesco a zittirla. La notte non è stata tranquilla, il gallo alle due, la civetta alle tre, la vecchia campana alle cinque, i pensieri, i maledetti pensieri, i ricordi... il sonno perduto.
Mi sento come alla vigilia di un esame, la necessaria tensione, la certezza di dover vivere uno di quei momenti importanti che possono rivelarti qualcosa. I bambini dormono, lei per niente assonnata mi guarda e mi parla con occhi che mi sorprendono non essere quelli di mia madre. <Io vado>, le dico a bassa voce, un cenno con la testa, una carezza con le labbra all'indice di una mano tenera che si rivolge verso di me.
L'aria è fresca e pulita, entra dal finestrino dell'auto, ha i profumi dell'autunno, il profumo del mosto di vino, le essenze della terra... e poi la pioggia che rafforza le tinte.
Nella grande cappella l'eco dei miei passi viene coperto da voci estranee, un po' autorevoli ma poco rispettose del silenzio di quattro lavoranti. Un saluto tra noi è anche un consenso ad iniziare. La lapide viene scardinata, è proprio quella che cercavo da bambino e che avevo imparato a riconoscere prima ancora di saper leggere. Trentotto anni dopo eccomi qui. I miei occhi non vogliono tralasciare nulla, nemmeno quei due grossi chiodi arrugginiti. Mi scorrono innanzi immagini che in realtà non ho mai visto, quando quei chiodi erano lucidi, e delle mani che per prima li ressero per chiudere ciò che adesso sta per essere riaperto. La vecchia calce cade giù a pezzi, ed è impietoso lo scalpello che rompe quel filo sottile che non più divide il tuo mondo dal mio.
I capelli neri nella polvere del corpo, sono uguali ai miei di appena ieri, sottili e tanti, raccolti in un angolo vicino al cranio. Sulle ossa degli arti inferiori una striscia, un velo trasparente della tua pelle che un tempo erano carni di un ragazzo di vent'anni. Ci sono dei peli rimasti neri, sono ancora vivi, incollati in maniera disordinata lungo quelle poche ossa. Del volto non resta più nulla, il cranio è diviso in pezzi, segni dell'autopsia e del tempo. Già, l'autopsia, l'altra violenza che subisti dopo la morte, in quel maledetto mare. Non ci sono oggetti tuoi che io possa recuperare, non ne avevi o forse ti vennero tolti, forse furono rubati, tutto ti venne tolto.
La camicetta di raso lucida è ingiallita, racconta che era nuova quando ti venne abbottonata, i calzoni vuoti, e le immagini scorrono nei miei occhi che non hanno lacrime. I bottoni sono tutti chiusi, ma non raccolgono più nulla di te. Un piccolo mocassino ripiegato su se stesso dal tempo, mi racconta quanto eri piccolo e giovane, e che non sei cresciuto insieme a me. Tutto quello che mi resta di te è in questo lenzuolo bianco. Un filo di voce, la mia voce nel mio tempio : "aspettate...aspettate, lasciate che io guardi ancora... è mio padre, e da oggi nessuno potrà più dire che non l'ho mai visto".