Una settimana strana quella va finendo, un generoso amico poeta ha scritto della necessità di lasciare facebook e mi chiedo se facebook sia cosciente di quanto perde questo mondo virtuale quando un poeta come Luciano va via. Penso al vuoto che resta in tante anime che non potranno raccogliere più nulla di quel bene prezioso che generosamente egli distribuiva. Un altro amico giovane e poeta ha provato a scrivere del come nasce in lui la poesia e dopo aver toccato punti precisi... anche l'estasi in qualche modo, conclude senza usarla esplicitamente con una parola votata come la più bella... “forse”. I poeti sfuggono a questa domanda anche quando se la pongono da soli.
Mentre lo leggevo mi sono perso, perché provavo a farmi la stessa domanda e cercavo di comprendere qualcosa di più su di me. Credo che le motivazioni per cui si sceglie di scrivere non dipendano dal possedere o meno un talento... semmai quello inciderà sul come si scriverà e sono convinto che nemmeno il solo saper scrivere potrebbe bastare. Ho iniziato a fermare immagini su un foglio, usando parole, quando stavo morendo, credo che di questo posso essere certo. Scrivere da poeta, a prescindere dalla qualità degli scritti, è un tentativo quasi istintivo di dare voce a un intimo profondo che è già tutto lì al momento che si nasce e man mano se ne prende coscienza. Se io dovessi descrivermi in età, mentre scrivo in poesia, ad essere sincero dovrei definirmi un ragazzino, un senza tempo, uno che scompare scrivendo. Ma di fatto, io ho vissuto come uomo, con tutti i sacrifici, e le responsabilità, richiesti a un uomo, e il mio corpo non è più quello di un ragazzino da tanti anni, e si lamenta pure che non mi prendo molto cura di lui. Il ricordo di quando ho iniziato a scrivere, anche se senza mezzi... intendo tutto quello che è necessario per esprimersi, è ancora vivo in me, ricordo bene il raccontare a me stesso, e a chi mi capitava, la vita intorno a me, e giuro ero bramoso di leggerla con gli occhi e farla rivivere con le parole per quanto ne avessi poche a tre anni. Fragilità, sensibilità, un po' di malasorte, ma anche la gioia che si genera dalle piccole cose ed è quest'ultima il vero mio talento. Violenza, cattiveria umana, carità pelosa, amore cristiano, l'amore in tutte le sue meravigliose espressioni già ribelli e già orgogliose di essere una scelta, l'ipocrisia, la ribellione, gl'incontri, l'universo, la distanza dello sguardo, il dolore, le ferite, i pochi giorni di gioia che fanno impazzire, la vita che scorre addosso e le mani e tutto il resto che cambia il cielo ogni giorno... il lavoro, gli altri, chi ami, chi ti appartiene... la notte, il giorno, il cibo, le ingiustizie, i torti, il bene, il male... rappresentano un miliardo di filamenti che un bambino vede crescere sul proprio corpicino e ognuno di essi scava, si nutre, nutre, ferisce, e chiede per sé un'incisione nella carne. Si sa che qualcosa deve cedere posto ad altro... perché tutto è troppo e per fare bene qualcosa occorre farlo... ma quanto si è costretti a cambiare? Ognuno per un po' conserva memoria di quel compromesso, delle sue scelte e sa bene che ogni scelta fatta porterà a percorsi diversi e ad altre scelte. Ed ecco la mia risposta: Sono stato un folle. Non ho rinunciato a nulla di quello che avevo da bambino... e quindi da ragazzino... ho lasciato che tutto accadesse solo sul mio corpo, ho protetto i doni originali della vita... e tutti quelli che anime buone mi hanno anche insegnato a proteggere e l'ho fatto vivendo una vita da uomo. Non sta a me dire che disastro ho combinato o che miracolo ho realizzato.
La poesia non lenisce le ferite, non cambia la vita, non fa smettere di bramare l'amore anzi al contrario, può dare un senso quando è sacrificio, quando non è un corso a pagamento, o un lusso da potersi permettere, è allora facile trovare giusta la parola follia per definire cosa davvero comporta vivere di solo poesia. E' coscienza di una scelta fatta, è un percorso intimo da vivere per non perdere nulla di ogni momento vissuto, di ogni rinuncia, di ogni conquista, e di ogni volta in cui guardando le proprie mani assolutamente vuote... le vedi limpide e luminose come la luce. La poesia nasce per poterci accarezzare, lenire un dolore, nutrendoci dell'essenza dell'amore che ci è dato di conoscere e che ci aiuta ad approfondire, e poi ma solo dopo e non per tutti, è certamente anche studio profondo delle parole, del pensiero già scritto, e del lavoro già fatto da chi ha percorso prima e con talento la stessa strada. La poesia può non bastare. Quando il corpo soffre, quando è violato dalla vita, quell'intimo trovare difende l'anima, difende lo spirito, difende la luce, difende la verità, fa giustizia dove non c'è, difende l'amore, e fin quando alimenterà quella fiammella folle e miracolosa di non sola speranza ne varrà la pena. Occorre che i versi spingano le menti a salvare qualcosa, che resti integro il senso del bene della vita e non solo le esigenze del corpo che pur resta compagno di viaggio e con cui tutto si condivide. Il successo, le vendite, richiedono tanto impegno e tenacia, e in quello si può riuscire con gli strumenti giusti, ma potrebbero divenire sì un soccorso ma anche un cancro, il consenso... anche quello conta solo in parte e anche per certi versi il saper scrivere, che abbisogna di uno sguardo esterno...ed è complicato, visto i tempi, da comprendere in giudizio soprattutto nei percorsi medio/alti come è sempre l'arte che si evolve, invece conta il bene che si genera... e se tutto questo essenziale a un certo punto finisse? Questa risposta va letta altrove perché altri poeti l'hanno già scritta. m.constantine