Appunti da un Diario- m.constantine
La mia vita, sia pure appena iniziata, già si ripete. Dai due ai quattro anni sono stato l'unico bimbo, un maschietto, in un istituto per educande tenuto da delle suore di Casagiove. Qualche anno dopo. Si è esterni se qualcuno ti porta via e non dormi lì insieme agli altri ed io lo ero. Don Mario è un uomo che si è assunto un compito difficile e la vita di noi ragazzini, pronti per l'avventura delle elementari, non è certo da sogno. Tutti rasati a zero per via dei pidocchi, e tutti uguali come deportati di Auschwitz, ma non è colpa sua, questo è solo un modo per semplificare e risolvere le cose. La tristezza per noi è forte perché siamo assai più grandi della nostra età e quello che ci manca lo abbiamo scritto in faccia e ce lo leggiamo da soli semplicemente guardandoci. In fila come pecorelle silenziose attraversiamo strani e silenziosi le strade di una Caserta che è così piccola, tutta in un centro storico che più che storico è solo vecchio e sgarrupato, si sfila per andare alla partita per i quartieri nuovi delle popolari, senza pagare, la gente ci guarda, che importa in fondo io sono diverso, io la sera torno a casa. Dio, quanto sono belle le nostre ricreazioni, sembra di essere sui prati di Valdocco di quel salesiano forte a far baccano. E' il mio primo anno a Sant'Antonio - nessuno dei miei compagni sa scrivere la H in corsivo. Sono felice per questo dono della signorina Rossetti, la perpetua e di Padre Pacifico, il mio frate santo, adesso so scrivere e so leggere meravigliosamente. Una i maiuscola legata a una elle, e gl'interni mi guardano strano, molto più che per il passamontagna con cui arrivo ogni mattina e sono il più bravo nel dettato. Sono alcuni giorni che porto ai miei compagni d'Istituto piccoli sogni, fumetti, figurine della panini, quelli che mi manda Francesco, (un bambino come me ma assai più fortunato, il primo amico), e qualche penna colorata a scatto con più punte recuperate da mia madre. Scambio tutto per dei compiti ricopiati in fretta. Non mi piace studiare la sera a casa, e poi d'inverno a lume di candela è ancora peggio. I ragazzi in istituto i compiti li fanno, e non capisco perché poi non migliorano. Il momento più bello è sempre lo stesso; il pranzo in refettorio. Maccheroni con il sugo, quello è, e noi siamo un centinaio forse anche più. Il sugo è sempre uguale, ma quel sapore cipolloso e riposato mette l'acquolina in bocca. Il mio amico Giuseppe è scappato via questa notte, si è infilato sul treno alla stazione e mi viene da piangere. Dicono che abbia raggiunto i suoi genitori in Germania. Era vero me lo ha scritto lui in una lettera ed io gli ho risposto con l'aiuto di mia madre. Don Mario stamattina ha licenziato in tronco il maestro, per uno schiaffo a un ragazzino, si è trovato a passare nel corridoio, le porte erano aperte, ha visto lo schiaffo, gli ha fatto un cenno, il maestro è uscito e non è ritornato. Questa mattina Don Mario deve essersi arrabbiato con la provvidenza, così non ha ammesso eccezioni a mensa, e all'ora di pranzo mi hanno accompagnato in cortile e lì sono rimasto, come un gattino sopra il poggio con le gambe penzoloni e a forza di battere mi fanno male i talloni. Sei anni, cavolo sono un ometto, e sono già in grado di capire e me lo ripeto per non dimenticarlo. Purtroppo a pranzo è sempre così... aspetto che si fanno le cinque e che mamma mi venga a prendere. Non ho raccontato nulla a mia madre , è già presa da tanti casini, ma non c'è solo don Mario, c'è pure Ciccio per mia fortuna, è una specie di mendicante per come veste male, lui aiuta e trova rifugio in istituto ed è proprio lui che di nascosto mi porta tutti i giorni una fetta di pane e la metà di una melagrana. Sono passati due anni e la scuola si aperta completamente agli esterni è finito quel tempo speciale, ora siamo quelli della scuola povera ma assai simili a quelli della Dominicis appena un po più in là sulla strada. Oggi ho riabbracciato don Mario, mi vuole bene e non sa perché, sa che devo essere stato uno dei dei suoi, chissà in quale tempo e ha avvertito che gliene voglio anch'io, ha un paio di occhioni enormi ed è più cicciottello e anziano, è innamorato del basket quanto della tonaca... ciò che non sa è che ero proprio io quel ragazzino a cui tolse il pranzo per ragioni che non dominò.
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Cento anni - don Mario li avrebbe fatti in questi giorni. Don Mario negli anni sessanta raccoglieva bambini di gente abbastanza disperata, spesso gente che andava all'estero per un lavoro, famiglie difficili o semplicemente in gravi difficoltà. Ricordo quegli anni...era il 65, è strano come la mia vita appena iniziata si ripeteva già. Prima ero stato l'unico maschietto esterno in un istituto chiuso per educande tenuto da suore. Si era esterni se qualcuno ti portava via e non dormivi con gli altri. Don Mario era un uomo che si era assunto un compito difficile e la vita di noi ragazzini non era certo da sogno. Tutti rasati a zero per via dei pidocchi, e tutti uguali come deportati di Auschwitz, ma non era colpa sua, era un modo per semplificare. La tristezza per noi era forte perché eravamo assai più grandi della nostra età e quello che ci mancava lo avevamo scritto in faccia. In fila come pecorelle silenziose attraversavamo strani le strade di una Caserta che non era molto più del centro storico e più che storico oggi direi che era vecchio e sgarrupato, si sfilava per andare alla partita senza pagare e io lo ricordo come la gente ci guardava, anche se in fondo io ero diverso, io la sera tornavo a casa. Dio, quanto erano belle le nostre ricreazioni, sembrava di essere sul prato di Valdocco. Il mio primo anno a Sant'Antonio - Ricordo che nessuno dei miei compagni sapeva scrivere la H come si scriveva allora. Una i maiuscola corsetto legata a una elle, mi guardavano strano ed ero il più bravo nel dettato. Portavo loro piccoli sogni, i primi fumetti, le figurine della panini che mi mandava Francesco, qualche penna colorata a scatto e con più punte, recuperata da mia madre, in cambio di qualche compito ricopiato in fretta. Non mi piaceva studiare la sera a casa, che poi d'inverno era a lume di candela, mentre i ragazzi in istituto i compiti li facevano. Il momento più bello era sempre lo stesso; il pranzo in refettorio, maccheroni con il sugo, eravamo un centinaio forse anche di più, il sugo era sempre uguale, e quel sapore cipolloso non l'ho più ritrovato. Qualche mio amico preparava la fuga, e Giuseppe scappò via, s'infilò sul treno, raggiunse i suoi genitori in Germania e un paio di volte al mese mi scriveva una lettera a cui io rispondevo con l'aiuto di mia madre. Don Mario licenziò in tronco un maestro per uno schiaffo a un ragazzino, si trovò a passare nel corridoio, le porte dovevano restare aperte, vide lo schiaffo e dimise all'istante il maestro. Un giorno arrabbiato con la provvidenza non ammise eccezioni a mensa, così all'ora di pranzo mi accompagnavano in cortile e lì rimanevo, come un gattino sopra un poggio con le gambe penzoloni. Avevo sei anni ma ero già in grado di capire ogni cosa. Fu sempre così dopo... aspettavo che si facessero le cinque del pomeriggio e che mia madre staccasse dal lavoro e mi venisse a prendere... non raccontavo nulla a lei, era già presa da tanti casini. Ma l'opera di don Mario non era solo lui, c'era pure Ciccio, una specie di clochard, per come vestiva male, aiutava e trovava rifugio in istituto, e lui di nascosto da tutti mi portava una fetta di pane e la metà di una melagrana. Poi negli ultimi due anni la scuola si aprì completamente agli esterni e finì quel tempo speciale. Nel corso degli anni ci siamo riabbracciati tante volte io e don Mario, mi voleva bene, sapeva che dovevo essere stato dei suoi chissà in quale tempo e sapeva che gliene volevo, aveva un paio di occhioni enormi ed era cicciottello, innamorato del basket quanto della tonaca... ciò che non sapeva che ero proprio io quel ragazzino a cui tolse il pranzo per ragioni che non dominò. Quanti ricordi, sì! Credo che me lo sono guadagnato un diritto a essere felice, un giorno chissà tirerò fuori questo credito e lo farò valere.