Vi racconto una storia che ho raccolto oggi, una di quelle storie mie fatte per i fragili, per cui agli altri dico... non sporcate, state lontani.
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Il pastore stringeva con la mano le zampe di un piccolo agnello, chissà forse domani una piccola pecorella, il sole stava calando e il pastore aveva fretta. Pensavo, poverino quel cucciolo, chissà come deve essere morto, caduto dal muretto? inseguito dai cani? E il gregge intanto mi scorreva davanti lasciando la collinetta verde e trasferendosi in strada velocemente, per scomparire all'orizzonte subito dopo la chiesetta di campagna, in un cielo grigio di Novembre. Mentre salivo su verso il borgo ho sentito uno scalpitio di zoccoli, pensavo a uno di quei pony che usano per far divertire i bambini, forse sfuggito al suo padrone, ma a superarmi non è stato un cavallino ma una pecora, una grande pecora. Aveva il terrore negli occhi, gridava forte rompendo il silenzio da terra fino al cielo, fin sopra le cime dei pini e da una collina all'altra, in realtà chiamava il suo cucciolo come sa fare una madre terrorizzata. Velocemente ha percorso tutto il campo verde e il suo urlo, perché di un urlo tremendo si trattava, gelava il cuore. Poi l'ho vista come improvvisamente rassegnata, come se si fosse resa conto di averla fatta grossa a non seguire il gregge, e di corsa da sola ha percorso tutta la strada del ritorno, con il rischio che finisse con lo scontrarsi con qualche automezzo. Ecco! Mi sono detto, ecco... questa maledetta fragilità tutta mia, la stessa che mi rende poeta... dolore e sofferenza... quest'antropomorfismo nemmeno troppo forzato... il dolore materno di una pecora... come quello di una madre umana e del resto era così simile, così potente... in questo tempo in cui nessuno più si commuove per il dolore di una madre che soffre in guerra o in mare per un proprio figlio. Cosa può offrire un poeta se non il suo dolore, un dolore vero... in fondo è solo amore. I miei pensieri cercavano risposte e lenimento, così mi è giunta la luce di una riflessione... se al mondo che soffre spetta l'amore povero espresso dal dolore di un poeta, un amore intenso, puro e anche folle, in fondo perché non sperare in un amore simile ancora più grande, un amore divino, che possa offrire generosamente il proprio dolore per l'uomo e le sue storie, compreso i poeti? Poi si sa il Divino potrebbe fare anche di più. Stasera guardando le foto, questa storia così vissuta e raccontata è miracolosamente cambiata, almeno per un po'. Guardando le foto della pecora madre, ho scoperto che aveva ancora componenti della placenta, essa aveva partorito e il pastore per timore del buio aveva raccolto il piccolo o la piccola e lo teneva con la mano e non era morto... la madre una volta che si era ripresa non ha capito nulla è tornata come una matta indietro a cercarlo e solo quando a distanza ha sentito il gemito del cucciolo, e anch'io l'ho sentito, ormai lontano oltre la strada, ha ripreso a correre nel senso inverso da cui era venuta. Sì! Il Divino ha un modo tutto suo per raddrizzare le storie.
I racconti di michele constantine

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