sabato 18 settembre 2021

I pomodori









Non ricordo bene se era fine Agosto o inizio Settembre ma quell'anno fu davvero straordinario. Avevo tredici anni e a pensarci adesso, a quello che mi passava per la testa,  vivevo già allora un tempo più giovane di quello dei miei anni. Erano gli ultimi vissuti nel basso san Carlino, è incredibile come il mio frequentare la scuola, ed era appena la terza media, generava in mia madre energie per  offrirmi qualcosa in  più affinché non sfigurassi con i miei compagni di classe e potessi perseguire gli stessi obiettivi e sogni. Ancora trascorrevo la maggior parte del mio tempo relativamente da solo. Mi ero scelto  da parecchio una famiglia  per riempire quel tempo, senza rinunciare al mio randagismo,  incantavo con i miei racconti di quello che accadeva intorno e che raccoglievo da scugnizzo.  Non si trattava solo di curiosità in chi ascoltava, c'era il mio modo gioioso e divertente di raccontare storie a limite tra  dramma e pura follia,  una commedia comica, vista e vissuta in quel grande teatro che era la strada antica. Ma ora voglio parlarvi dei pomodori. Proprio così i pomodori; dovete sapere che i pomodori significavano, per un ragazzino come me, trovare improvvisamente un cortile in festa.  Sì! Era così! Era festa! Proprio di quella famiglia quasi adottiva che poi resterà il meglio che io abbia avuto dai miei quattro anni a oggi. A guidarci tutti  in quell'avventura c'erano... nonno Giovanni, silenzioso maestro severo quanto buono e semplice, e nonna Maria...  una chioccia che  come tutte le madri  era pronta a rimproverarti  ma non senza  una carezza. Le bottiglie erano quelle robuste e scure. Ci s'infilavano le dita da sotto, e di sicuro se avessero potuto parlare avrebbero avute  storie bellissime da raccontare. Il mio gioco cambiava a secondo delle esigenze.  Lavarle, capovolgerle, e una volta asciutte infilarci dentro qualche foglia di basilico, liberando il collo, ad esempio. Oppure  togliere i piccioli, e con me cerano Susy, Anna e Michelina,  Peppino forse  anche Alfonso. Non ricordo tutti i presenti, ma giuro erano lì anche gli assenti. Ero così preso dalla gioia di quell'ammuina familiare, quel ritrovarsi in una gioia spensierata di figli grandicelli  e genitori. tutti  presi da un progetto comune antico assai. Le  bottiglie di pomodoro - che meravigliosa invenzione! I più grandi accendevano il forno antico in mattoni e tufo e in grossi pentoloni l'oro veniva lasciato cuocere e poi riposare.   Tutto doveva  poi passare per il banchetto, nell' imbuto grande con manovella a mano che compiva un miracolo: separava semi e “pellecchie” da quel nettare profumato, che ancora caldo  nonna Maria mi porgeva in un bicchiere ed io storcevo il naso. Nonno Giovanni era stato un militare di sicurezza e aveva idee chiare su ordine e strumenti così anche io potevo far girare la manovella a mano. Bisognava riempire le bottiglie e riporle in  un grande bidone messo su un treppiede a gas dove avrebbero bollito ancora una volta. Ma adagiare le bottiglie in quel cilindro nero, da fare con uno scaletto, e il controllo della chiusure una per una e mettere le coperte affinché non scoppiassero toccandosi era compito del capo famiglia e giuro Nonno Giovanni era l'incarnazione magnifica di quello. L'aria fresca alle sei del mattino, le voci di adulti che tornavano bambini, quel fare e  fingere cose da grandi, con l'acqua che scorreva in abbondanza per  poterci giocare a piedi nudi senza essere ripresi... la libertà nelle espressione dei visi, i ricordi che divenivano il presente, la certezza che il bello era ancora da scoprire... si! Io lo sapevo che appena fuori quel cortile tra la gente,  c'era la paura... il terrore... c'era il colera, e io solo il giorno prima mi ero vaccinato... e giravo la manovella... fottiti dolore, che meraviglia la  vita.

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