Michele Fernandez, i racconti di Constantine Eleh Cim
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scrittore michele fernandez - 29.09.60 - Caserta Italy

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sabato 23 febbraio 2019
la mia scuola
Lo status sociale non si sceglie, ti capita e incide in ogni cosa che vivi, è un passato che ti spetta, è un presente e a volte è anche il futuro. A seconda di quanto riesci a comprendere e del talento che possiedi, pure quello se ti è capitato, proverai a cambiare il futuro, oppure no, agendo nel presente. Da ragazzino ne possedevo uno mediocre di status, in tutti i suoi aspetti, e poiché ero troppo orgoglioso e ambizioso non lo ricordo con piacere . Frequentavo i primi anni di una pessima scuola tecnica, dove italiano era considerata una materia di scarso valore. C'era una certa rassegnazione da parte degli insegnanti visto gli allievi. La mia era una classe di figli di contadini che non sapevano nemmeno chi fosse don Milani, e venivano tutti da paesi della periferia di Napoli. Sceglievano Caserta perché era un piccolo giardino, fatto da famiglie medio borghesi, ambiziosi commercianti, proprietari di piccoli e medi patrimoni, con progetti da insegnante, ingegnere, medico, giornalista e astronauta per i loro figli. Credo che nessuna città d'Italia , per numero di abitanti ne abbia sfornati così tanti. La miseria era in poche strade, e la periferia di Caserta esplodeva di nuovi parchi, e la festa era a opera di e per talentuosi e macrofagi costruttori. Ma torniamo ai poveri. Per loro non c'erano i licei, scientifici o classici, pubblici o privati, ma indirizzi scolastici di ragioneria e istituti professionali. Latino, matematica, greco, e lo stesso italiano erano considerate montagne insormontabili. C'era una convinzione e accettazione quasi razzista dove non era il colore della pelle a fare la differenza, ma lo status, insomma il danaro, la cultura che ti era capitata. La scuola tuttavia conservava come una lotteria da vincere una possibilità di fuga, "la funzione livellatrice sociale". La possibilità data a tutti di farcela e scalare il monte e andare oltre i confini in cui si era nati. Ci venne assegnata una insegnante di lettere e storia, piuttosto anziana, trombata dal Classico perché forse non si era adeguata a certe pressioni. Odiava il nostro Istituto, del resto era peggio di una scuola media, e poi non si era belli profumati e ben vestiti. Le ragazze erano sì acqua e sapone, ma grassottelle e con peluria, si aveva addosso l'odore delle stalle e del fumo dei camini, e poi cento dialetti, sorvolo sui ragazzi. I voti sui compiti erano con il meno, sorrido nel ricordarlo. Certo tre o quattro di noi su una classe di trenta, eravamo messi meno peggio, e ricordo una ragazza che possedeva un talento divino nella scrittura, di quelli impossibili. I ragazzi ci provavano a mettere sui fogli protocollo quello che l'insegnante avrebbe voluto leggere, del resto lei non osava poche volte assegnarci analisi di testi o saggi brevi, ma era costretta a temi quasi liberi... e delusa, ci disprezzava. Si limitava a scrivere con eloquenza, prima del voto, una sorta di giudizio universale. La parola che usava sempre era "retorico!" che era una bocciatura. In quel tempo non c'era internet, non c'era il web, e una enciclopedia era un lusso, un vocabolario era da noi considerato un optional non necessario veramente, già, questa cosa è difficile da spiegare se non si è abituati ogni sera a fare i conti sulle dita delle mani. Retorico era una parola sconosciuta per noi. I miei compagni di scuola appena tornavano a casa dovevano ripagare quelle ore di libertà scolastica, lavorando e non certo studiando. Un intero trimestre andammo avanti così , con voti da uno a tre... insofferenza e tanta retorica, insegnamento, voto e giudizio scritto divennero un esempio di retorica. Poi un giorno cambiai la traccia e scrissi cosa significava la parola "retorica" per i ricchi e cosa, invece, significava per i poveri. Da lì a poco mi sarei iscritto a Democrazia Proletaria. Scrissi delle vacche che a me facevano paura e di quando Carmela mi aveva fatto vedere come nasceva un vitello, di come si mungeva il latte e che non nasceva in quelle belle bottiglie di vetro con il tappo argentato. Che i campi bisognava ararli anche quando non si possedevano i trattori, e che uomini e bestie diventavano amici di vita con uno stesso destino. Che se pioveva o non pioveva non significava avere un problema d'ombrello, ma di raccolto e quindi di pane. Fu il mio primo schiaffone scritto con la penna. La prof che veniva dagli studi di Socrate e Cicerone, (oh! Se li avessimo avuti!) venne in classe con il viso rosso, mi guardava, ci guardava, strana e severa, uno per uno, mi aspettavo le sue urla e l'avrei mandata a quel paese. Consegnò i compiti in silenzio, venendo ai banchi. Presi nove, e nessuno prese un voto d'insufficienza , molti giudizi erano cancellati e riscritti e intere frasi cerchiate con note ( molto ) (attinente) ( meraviglia) ( commovente) ( evita questo) così imparammo un po' alla volta tutti a scrivere quasi bene e la nostra prof riprese a sorridere. Sarà vera questa storia? In verità conta solo se è una storia possibile e a deciderlo siete voi, a me non importa io racconto storie.
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