mercoledì 5 settembre 2012

Storie non vere di vere emozioni Assisi I parte e II parte



            Storie non vere di vere emozioni 
                      I parte e II parte

Photo di Isabella Eugenia Monti 





I
Storie non vere di vere emozioni.

Eccomi qui, finalmente ad Assisi. Non ho potuto incontrare Francesco e questo mi dispiace. Ci sono tanti frati in giro, alcuni sono amici tra loro, altri si muovono per questo bosco come a misurarlo o presi a cercar qualcosa. Tutti hanno il saio, qualcuno ha una piccola corda alla vita, ma c'è qualche grassottello che non ce l'ha, e la cosa mi strappa qualche intima risata. Porto addosso i miei vestiti colorati, so che devo liberarmene, ma non so come fare, la mia anima è incerta eppure mi ha portato fin qui. Ho preparato un piccolo giaciglio, sotto un vecchio albero d'ulivo, la serata è calda e le formiche sono così prese nelle loro cose che quasi sembrano non sfiorare l'erba. Ecco la notte, ho deciso di trattenere delle ultime mie cose, solo quelle necessarie. Mi ritrovo davanti un piccolo frate, piccolo quanto  un bambino, ma è come se conoscesse tutto quello che sto pensando e che sto vivendo. Mi porge un saio in lana grigia, pulito, sa di vecchio e non ha odore se non quello che rimane in natura. Mi dice: <Solo fino a quando non te ne porterò un altro... dovrai restituirlo, è  per questa notte, serve a chi lo indosserà domani>.
Lo prendo, è piccolo e mi piace averlo addosso.
Seduto, con le braccia intorno alle ginocchia, inizio la mia notte. La luna è altissima, è  così piccola per un cielo così grande; è strano, fa freddo e le cose intorno a me cominciano a bagnarsi. Ben venga la pioggia, mi piace la pioggia, scende dalla mia testa lentamente e poi gocciola sulle orecchie, sul naso, e raggiunge attraverso vari rivoli le labbra. Benvenuta - le dico - anche se il freddo delle nudità è forte come gli odori che vanno riempiendo questo bosco. Stringo il saio intorno al corpo, non voglio sottrarmi alla pioggia, anzi, le chiedo aiuto, sono ancora incerto nei miei pensieri. La Luna si allontana e le nubi giocano a rincorrersi. Il bosco riposa. Resta il rumore dell'acqua che dalle foglie su cui  prima si raccoglie, poi cade con peso. Mi passo la mano sul viso, cercando di asciugarmi. Il viaggio è stato lungo e il sonno sta per  arrivare... lo accolgo, ma non voglio dormire, cerco risposte, conferme e so che sarà difficile averle.
Canti di uccelli a raccolta, il saio è quasi asciutto, ma non nei 



















bordi, anzi lì è gocciolante, è freddo, così... mi sono risvegliato ancor prima dell'alba. C'è luce, ma non è ancora comparso il sole, e i miei occhi sono svegli  prima della mente, questo è accaduto. La mente si riprende il suo seggio, Dio mio, ho compreso Francesco! Le parole per spiegarlo sono quelle dette, quelle conosciute, ma adesso è così diverso, è una dimensione nuova, è il non voler essere, il non voler possedere nulla, il non voler vestire, il non volermi curare oltre...  voglio solo semplicemente toccare per sentire. Ribelle... a tutto quello che mi rende servo di un'idea che pone me stesso al centro o anche intorno oppure al fianco di qualcun altro che al centro si è già posto. Scopro di essere fiero del mio sangue,  che appartiene a tutti ed è unico. Sono fiero di essere finalmente libero, libero dalla vergogna di voler possedere, libero dal dover dare risposte diverse da quelle del mio cuore, sono libero di non desiderare, libero di donare, libero di essere nudo innanzi al mio Dio. Ecco, posseggo la libertà di chiedere e anche quella di lasciarmi morire, quando la paura è morta, quando la vita è già oltre. Di nuovo a scuotermi da queste mie riflessioni giunge il frate della notte, che mi porge un saio asciutto e della mia misura, una corda e il cappuccio. Mi dice:<Francesco ha bisogno del suo saio,  ora che hai ritrovato l'uomo, occorre che tu trovi Dio.>
Questo saio, non è nuovo, ma è assai rigido, in certe parti punge la pelle, di certo è più asciutto, ma l’altro era morbido perché più consumato dal tempo. C’è un gran “disordine“ in giro, alcuni sono in preghiera per piccoli gruppi e io li guardo incuriosito, li vedo strani e mi aspetto di più. Qualche solitario, cerca con lo sguardo la parte alta, il cielo, anch'io, non so perché, me ne sento attratto. Un albero molto alto, nemmeno so riconoscere che pianta sia, ma è  così bello e maestoso. Ho tempo, e mi chiedo se da un momento all'altro, non l’avrò più... se mi daranno cose da fare... tremo dentro e mi chiedo:se ne sarò capace. Lo so è sbagliato , ma conservo, sia pure remota, la possibilità di abbandonare tutto e ritornare fuori da questo posto, fuori da questo tempo e mi sento in colpa,  come se nel pensarlo tradissi non so bene cosa, ma è questa...  la sensazione. Camminare a piedi nudi, sulla terra ancora umida, non mi dispiace. Salendo, il terreno si fa sempre meno tenero, e i 


















sassi, i rami secchi, le radici, i fossi … cominciano a farmi  male, ormai l’albero è vicino, dovrei già esserci ma ancora c’è da camminare. Guardo ai lati e dietro, e mi soffermo, la pianura in basso si allarga sempre di più, vedo Assisi e le terre intorno, i miei occhi con un solo sguardo non riescono a chiudere il confine … è grandioso … e la luce del sole del mattino nella limpidezza dell’aria … riscalda … eccomi, non capisco… cammino da ore… è qui davanti a me, eppure c’è sempre da camminare. Un senso di inquietudine mi prende nello stomaco, ho brividi. Albero del cielo mi sembri più lontano, troppo. Dio ti ringrazio, un altro frate … è lì, anche se lontano da me, anche lui va verso l’albero, potrei chiamarlo, ma non lo farò, gli starò dietro, questo mi basta. La mia ombra m’indica il tempo, una volta era lunga, poi si è accorciata , quasi scomparsa ed ora va allungandosi. Non ho freddo, ma solo perché affaticato, il freddo l’ho dentro, nell'anima … finalmente qualcuno mi viene incontro ed è sorridente, lo attendo, quasi crollo , ho bisogno di fermarmi. <Sei tu il nuovo”? > Così mi dice... <Non so > rispondo.  <Sei tu quello che ancora non ha deciso?> - < Perché dici questo?>  Mi viene istintivo rispondere con queste parole e nei miei occhi il dolore per quella domanda …poi riprende: <Matteo , il mio nome è Matteo, e vengo da Siena, ti porto acqua, formaggio e pane, questo ho raccolto e quel che ti ho detto lo racconta la strada. Si parla così bene di te, che ti sono venuto incontro>.  È strano… Matteo asciuga l’anima con un panno di verità e la riscalda con l’armonia delle parole. Sono più forte adesso … si parla di me, e si parla bene … e adesso che mi prende? Nell'umiltà sarei nel torto. Ma perché? mi chiedo … perché il desiderio di essere amato ed il volermi sentire al centro e non ai bordi … con un senso e non mera presenza, perché dovrei per questo peccare? Albero del cielo, io ti vorrei come amico, ti parlerò del mio amore, quello che mi ha spinto a raggiungere Francesco, io cerco  un amore difficile, è come te, quasi ti tocco, ma non mi appartiene. Ti vedo e vivo, ma un tempo e un cammino quasi impossibile mi separa da te. Quell'amore l’ho conosciuto, ha trovato dimora nella mia mente e sorprendendomi,  mi ha permesso di amare tutti,  tutti bisognosi di quello che non si vede. Ho visto quel 





















cercare, e ne ho avuto tenerezza come quando nasce la vita e in tutte le sue forme, è l'uomo apre il cuore al bene. Solo nei malvagi questo sembra non avviene, eppure innanzi a quell'amore di cui io ti parlo, i malvagi stessi diventano vita che nasce, vite smarrite e se tu  parli loro e le conforti, le scuoti, condividi conoscenza... può accadere l'impossibile e averne nutrimento. È questo l’amore, quello che mi spinge, e tu albero ti prego, vieni da me... non ho più forze … qui io riposerò, mi addormenterò, non avrò cura del freddo, qui a te mi rimetto o Dio mio e non so cosa mi stia accadendo, ma sento di essere al confine, dove la morte bacia la vita, e non ho timore. Che vengano i lupi, che venga il freddo, che venga la fame e la sete e il buio, il silenzio e le urla , il dubbio, venite... io non ho paura, cos'altro più della vita mi può esser tolto, l’Amore, quello io sono adesso e la mia vita è eterna. Che bella la luce del giorno, quando ancora saluta la notte e l’uomo ancora non vede le cose costruite, ma si sente parte del creato, apro lentamente gli occhi ancora umidi e stanchi di un sogno di pianto e mi ritrovo nella meraviglia di un cielo, tra rami che lo raggiungono e con me lo abbracciano, come mani che affondano nel grano e lo riconoscono nutrimento. Ho gioia adesso nel mio cuore.


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